«HO CHIAMATO L’ALTRA MADRE E ABBIAMO INIZIATO A MONITORARE OGNI PASSO»

AGGIORNAMENTO – 15 OTTOBRE 2026, ORE 08:49

ROMA – I due minorenni di 16 e 17 anni della cosiddetta banda della minicar nera hanno confessato, ma restano a piede libero. Sono stati identificati, interrogati e denunciati per le aggressioni avvenute tra Monteverde e Testaccio nella notte tra il 4 e il 5 ottobre.

Tra le ipotesi di reato figura il tentato omicidio per il gravissimo ferimento dell’attore Davide Iacopini. Ora sarà la Procura minorile a valutare gli eventuali provvedimenti cautelari.

Ma mentre le indagini proseguono, un altro aspetto della vicenda sta facendo discutere: che cosa sapevano le madri dei due ragazzi? E soprattutto, quando hanno cominciato a sospettare che i propri figli fossero coinvolti?

PARLA LA MADRE DI UNO DEI RAGAZZI: LE RIVELAZIONI A REPUBBLICA

A raccontare le ore che hanno preceduto la confessione è stata la madre del ragazzo che sedeva sul sedile del passeggero.

In un’intervista rilasciata alla giornalista Viola Giannoli, pubblicata da la Repubblica il 15 ottobre, la donna ha spiegato di aver inizialmente creduto alle rassicurazioni del figlio.

Il ragazzo negava di essere coinvolto nelle aggressioni.

La madre, però, racconta di aver progressivamente avvertito che qualcosa non andava.

Il figlio appariva cambiato, piangeva e, secondo la sua testimonianza, aveva anche vomitato durante la notte.

È a quel punto che la donna sostiene di aver contattato la madre dell’altro ragazzo, proprietario della minicar.

Le due avrebbero cominciato a controllare con maggiore attenzione i movimenti dei figli.

Ed è proprio questa dichiarazione ad aprire una serie di interrogativi.

Quando sono iniziati esattamente quei controlli? Quali sospetti avevano maturato le due donne? E che cosa sapevano prima dell’arrivo dei carabinieri?

«SIAMO STATE NOI A FARLI AMMETTERE»

Nell’intervista, la madre del passeggero sostiene che entrambe le donne si siano recate in caserma e abbiano contribuito a convincere i ragazzi ad ammettere le proprie responsabilità.

Racconta di aver trascorso la notte parlando con il figlio, cercando di comprendere quanto accaduto.

Secondo la donna, il ragazzo sarebbe stato profondamente scosso dalle conseguenze delle proprie azioni, arrivando a chiederle di pregare per l’uomo ferito.

La madre riferisce anche la versione fornita dal figlio: nelle intenzioni dei ragazzi, secondo lui, si sarebbe trattato di uno scherzo per spaventare i passanti.

Ma come si può considerare uno scherzo una serie di aggressioni che ha provocato conseguenze tanto gravi?

La donna stessa riconosce che sarà compito degli investigatori accertare la dinamica effettiva dei fatti.

«MIO FIGLIO PAGHERÀ, MA NON È UN MOSTRO»

La madre racconta anche le difficoltà economiche affrontate per crescere i figli.

Spiega di non appartenere a una famiglia benestante, di lavorare duramente e di uscire di casa già alle cinque del mattino per garantire loro ciò di cui hanno bisogno.

Parla dei sacrifici quotidiani, delle difficoltà di conciliare lavoro e famiglia e del tentativo di trasmettere ai figli un’educazione e dei valori.

Respinge l’idea che ogni errore commesso da un figlio debba essere automaticamente considerato il fallimento dei suoi genitori.

Non vuole che il ragazzo venga descritto come un mostro, ma riconosce che dovrà affrontare le conseguenze delle proprie azioni.

Il suo desiderio, racconta, è incontrare la madre di Davide Iacopini per chiederle scusa, senza pretendere comprensione o perdono.

Vorrebbe che l’attore potesse riprendersi e tornare alla propria vita.

Al figlio, sostiene, ha spiegato che dovrà assumersi le proprie responsabilità.

LE MADRI SAPEVANO GIÀ? IL CONFINE TRA SOSPETTI E RESPONSABILITÀ

È il punto più delicato della vicenda.

Da una parte ci sono le dichiarazioni della madre, che racconta di aver inizialmente creduto al figlio, poi di aver avuto dei sospetti e di aver cercato la collaborazione dell’altra famiglia.

Dall’altra rimangono alcune domande che l’intervista non chiarisce completamente.

Quando sono nati esattamente quei sospetti?

Che cosa si sono dette le due madri durante la prima telefonata?

Quali elementi le avevano portate a pensare che i propri figli potessero essere coinvolti nelle aggressioni?

E quanto tempo è trascorso tra i primi dubbi e la confessione?

Sono interrogativi che meritano attenzione, senza trasformare automaticamente i sospetti in accuse.

Al momento non risultano prove pubblicamente accertate che le madri conoscessero le aggressioni mentre venivano commesse, né risulta confermata un’indagine penale nei loro confronti per favoreggiamento.

Ma resta una domanda di interesse pubblico: quanto è difficile, per un genitore, riconoscere che il proprio figlio potrebbe essere responsabile di atti di violenza così gravi?
E soprattutto, quando il sospetto diventa concreto, qual è il dovere di una madre o di un padre?

TU AVRESTI COPERTO O DENUNCIATO TUO FIGLIO?

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Fonte principale: la Repubblica, intervista alla madre di uno dei minorenni, 15 ottobre 2026. Aggiornamenti giudiziari riportati dalla stampa nazionale.

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