TORINO – La felpa Adidas addosso, le Nike Air ai piedi e la rivoluzione in bocca. Protestano contro il capitalismo, contro il caro vita, contro il prezzo della benzina e gli affitti sempre più insostenibili.

Combattono il consumismo indossandone i simboli e prendendo di mira i negozi che li vendono. Una contraddizione che, al di là degli slogan, racconta l’ipocrisia di certi comportamenti.

Gridano contro un sistema che impoverisce le famiglie. Eppure, nelle piazze della protesta, c’è chi finisce per distruggere proprio ciò che permette a quelle famiglie di sopravvivere: il lavoro.

Vetrine infrante, tavolini dei bar ribaltati, automobili private danneggiate. Quelle stesse automobili che magari servono per accompagnare i bambini a scuola o per raggiungere il posto di lavoro. Dietro il bancone di un bar può esserci un titolare che fatica ogni giorno a pagare affitto, fornitori e bollette. Per chi subisce questi danni, anche una spesa imprevista può diventare un problema economico concreto.

A colpirmi, osservando le immagini delle manifestazioni, è stata soprattutto la giovane età di molti partecipanti. Ho avuto la netta impressione che, almeno per alcuni, il caro vita fosse soltanto un pretesto per riversare nelle strade una rabbia accumulata, senza una reale consapevolezza delle rivendicazioni riportate sui cartelli che esibivano.

«Caro benzina», si legge su un cartellone. E mi domando se quella ragazzina di appena diciotto anni che lo sostiene abbia già una macchina. Non posso saperlo, naturalmente. Ma è proprio questo il punto: quanto nasce da un’esperienza personale e quanto, invece, dal desiderio di partecipare a una protesta senza comprenderne fino in fondo le ragioni?

Mi sono chiesta quanti di quei ragazzi abbiano mai pagato realmente un affitto con il frutto dei propri sacrifici. Quanti abbiano dovuto affrontare una bolletta, pagare uno stipendio o scegliere tra fare la spesa e saldare una fattura. E quanti, invece, siano ancora economicamente mantenuti dai genitori, con un tetto sopra la testa e il frigorifero pieno grazie ai sacrifici di qualcun altro.

Non conosco le loro situazioni personali, ma una domanda mi sorge spontanea: quanto è facile giocare alla rivoluzione quando non si conosce ancora il peso delle responsabilità economiche?

Perché dietro una vetrina distrutta non c’è necessariamente una multinazionale miliardaria. C’è un piccolo commerciante che ogni mattina alza la serranda sperando di incassare abbastanza per pagare affitto, tasse, fornitori e dipendenti. C’è una famiglia che vive di quell’attività, magari già soffocata dagli aumenti che quegli stessi manifestanti dichiarano di voler combattere.

E poi arriva qualcuno che, in nome della giustizia sociale, manda tutto in frantumi.

Complimenti. Avete appena contribuito a impoverire qualcuno che stava già lottando per non diventare povero.

Quello che trovo intollerabile è proprio questo: la facilità con cui alcuni trasformano una protesta legittima in un’occasione per sfogare la propria aggressività sulla vita degli altri.

Perché rompere una vetrina richiede pochi secondi. Ricostruire un’attività può richiedere mesi. E per qualcuno quei danni possono rappresentare il colpo definitivo.

La rabbia contro il caro vita è comprensibile. Gli stipendi insufficienti, gli affitti insostenibili e le difficoltà economiche sono problemi reali. Ma tutto questo non concede a nessuno il diritto di distruggere ciò che appartiene agli altri.

E sia chiaro: chi manifesta pacificamente non ha nulla a che vedere con chi approfitta della piazza per devastare. Confondere tutti sarebbe ingiusto quanto ignorare le responsabilità di chi commette violenze.

Il diritto di protestare è sacrosanto. Il diritto di distruggere il lavoro altrui non esiste.

Mi domando se chi prende a calci una serranda abbia mai guardato negli occhi un commerciante costretto a chiudere. Se sappia cosa significhi non dormire la notte perché il conto corrente è in rosso. Se abbia mai conosciuto la paura di non riuscire a pagare lo stipendio a un dipendente.

Perché il vero bersaglio di quella violenza non è il sistema economico. Non sono i grandi gruppi finanziari. Non sono coloro che decidono le politiche fiscali.

Sono persone comuni. Lavoratori. Famiglie.

E allora mi chiedo: che razza di rivoluzione è quella che, anziché difendere chi fatica a vivere, gli distrugge quel poco che è riuscito a costruire?

Forse sarebbe il caso di comprendere che la giustizia sociale non si misura dal numero di slogan gridati in piazza, ma dal rispetto che si dimostra verso il prossimo.

Perché è molto più difficile costruire qualcosa che distruggerlo. È molto più difficile lavorare dodici ore al giorno che spaccare una vetrina in dodici secondi.

La povertà non si combatte creando altri poveri. E una protesta che pretende di difendere i lavoratori non può trasformare il loro lavoro in un bersaglio.

Claudia Ottone – Incontroluce News
Copertina e revisione articolo Ai

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